Le elezioni del 1912

Scritto da Emilia Vernaglia. Postato in Emilia Vernaglia

Il mio paese di montagna, tranquillo ed operoso, bolliva come una grande caldaia sotto la quale tutti alimentano il fuoco.
Nelle famiglie non c'era pace.
Gli odii, i rancori, le gelosie, sopite o sepolte addirittura sotto la cenere dell'oblio, si ridestavano. Era l'epoca delle elezioni; bisognava lottare per vincere.
Si formarono due partiti; uno di G' e l'altro di D'. Il primo era il più forte, poiché il candidato era un signore alla buona, democratico, che si prestava volentieri per i suoi elettori; anzi era a loro disposizione quando andava a Roma per qualsiasi acquisto:
- Onoré, andate a Roma? Abbiate pazienza, portatemi un cappello che sia di roba buona e che non costi tanto:
-Va bene, che numero porti?
- Non saprei, ma la testa mia è come la vostra, perciò regolatevi su di voi. -

Nella notte

Scritto da Emilia Vernaglia. Postato in Emilia Vernaglia

Nella notte

di Emilia Vernaglia

Il piccolo paese sorgeva sulla cresta di un monte roccioso. Le case si aggrappavano ad essa con una forza disperata, quasi temessero di cadere nella profondità dell'abisso.
I monti del Cilento, o avvolti da ombre suggestive o in una gloria di luce, a seconda dell'ora, si tenevano direi quasi per mano per circondare l'alta roccia abitata. Davanti, dopo la visuale di una estesa pianura, veniva quella del mare lontano. Un po' discosto dal centro abitato, tra il verde dei pini altissimi e delle quercie secolari, quasi come un'oasi sorgeva una bella casa dal colore opale antico, con le finestre dalle persiane verdi sempre chiuse. Sul frontespizio, in una nicchia dorata, rischiarata da una lampada, c'era una statuetta del Cuore di Gesù, sotto la quale si leggeva una scritta: "A devozione di mio figlio prigioniero in Russia".
Alla casa si accedeva da un cancello di ferro battuto a grandi decorazioni, che dava l'apparenza di una villa signorile.
Dal cancello al portone centrale un piccolo viale, fiancheggiato da una siepe di rose e altre piante ornamentali, divideva il giardino in due metà quasi geometriche. Dal lato opposto era il traffico e l'accesso alla parte abitata della casa, tanto che la gente, davanti ad essa, faceva il segno della Croce come se passasse davanti a un tempio.
Pietro Tancredi ne era il padrone. Uomo onesto, buono, caritatevole, dedito al lavoro da mane a sera. Di levatura mediocre, sufficiente a fargli capire le condizioni della Patria e a far spiegare a chiunque glielo chiedesse, gli episodi più rilevanti della guerra.
Prima di ammogliarsi era stato in America e, con la discreta fortuna portata, aveva comperato la casa, gli armenti e dei poderi. La moglie, ottima massaia, si distingueva dalle popolane, tenendosi un po' su, riservata, gentile, pronta al sacrificio e all'abnegazione ogni qualvolta se ne presentasse l'occasione. Tutta la vita aveva lavorato insieme al marito per dare al loro unico figliuolo l'istruzione ed una posizione da non dovere invidiare nessuno.
Quando il loro Carletto fu chiamato alle armi sentirono mutare tutta la loro vita. Non piansero: "Tu farai il tuo dovere di soldato e tornerai. Noi ti faremo trovare più di quanto hai ora. Durante l'attesa troveremo nel lavoro come colmare il vuoto che tu ci lasci. Dio ti benedica".
Gli fecero il segno della Croce sulla fronte, così come da bambino glielo avevano fatto tutte le sere.
La guerra, violenta e sanguinosa, mieteva vittime su tutti i fronti. I bombardamenti rovinavano le più belle città d'Italia e i senzatetto vagavano di paese in paese in cerca di rifugio.
Pietro Tancredi, tornando dai suoi campi col mulo carico di ogni provvista, pensava al figlio lontano, a cui forse mancava il pane, a tanta gente in miseria, e scaricava le ceste piene con grande mestizia.
La moglie si aggirava nella casa, vigile, a riordinare ogni cosa che il marito le porgeva, aspettando ansiosa di poter parlare con lui del loro figlio lontano.
Prigioniero in Russia! Ogni giorno nelle lunghe ore di solitudine dolorosa, la madre fissava la carta geografica di Europa appesa al muro dal figlio. Quanto è grande la Russia! "Dove sarai tu, piccola creatura mia, perduta in codeste terre così vaste e gelide? Avrai tanto freddo e forse tanta fame e qui in casa c'è di tutto e i tuoi genitori nulla possono fare per te".
Si torceva le scarne mani con muta disperazione, mentre il marito, fumando disperatamente, batteva le nocche delle dita ruvide e callose, come per dare un ritmo al suo muto dolore.
Le campane suonavano a festa e nel paese la vita ferveva con insolito movimento. Si iniziava la novena al Santo Patrono e tutti indistintamente si recavano in Chiesa. Le ragazze per tale epoca preparavano i vestiti nuovi, i giovanotti indossavano l'abito festivo. Qualche ex militare osava mettere persino i guanti allo scopo di far rilevare la sua nuova civiltà. Ciò suscitava grandi commenti da parte dei vecchi contadini, che sembravano incartapecoriti nei loro abiti di fustagno pesante, sui quali il tempo aveva lasciato visibili trecce.
Nell'unica piazza del paese, nel cui centro si elevava un piccolo monumento ai caduti della precedente guerra mondiale, gruppi di uomini, vecchi e ragazzi discutevano animatamente sugli innumerevoli furti verificatisi in paese. Da un certo tempo in qua la pace di quelle famiglie oneste e laboriose veniva disturbata dal panico di essere assalite di notte, derubate e di rimetterci la vita se troppo avessero indagato sulla ricerca del colpevole. La maggior parte attribuiva tali nefandezze a una banda di malfattori venuta da lontano.
Per tal ragione quella sera il Parrocco avrebbe parlato al suo popolo: il pastore aveva attorno a sé tutto il suo gregge. Egli, che sapeva trovare le parole più convincenti in tutte le circostanze, avrebbe di certo messi sulla retta via i cattivi, se si fossero presentati nella Casa di Dio, noncuranti del loro operato, allo scopo di non destar sospetti.
Pietro Tancredi ascoltava con maggior interesse. Egli più di tutti era stato vittima delle rapine.
Un castrato, delle pecore, dei tacchini ... e ultimo furto fu il cavallo di suo figlio. Questo era stato il colmo. Il bel moro dal pelo lucido come seta, intelligente, docile, caro come una creatura propria perché apparteneva all'assente. Era stato preso in una notte buia e piena di vento, in cui il cane non aveva neppure abbaiato.
All'uscire dalla Chiesa i commenti sulla predica si fecero intensi. Piero Tancredi alzando la mano in segno di minaccia disse, passando fra la folla: "Se dopo gli ammonimenti di questo sant'uomo, la storia del furto si ripeterà in casa mia, giuro che farò giustizia da me. Pietro Tancredi farà ciò che non ha mai fatto in vita sua; sparerà e cercherà di colpire nel segno".
La moglie lo seguiva languida, senza fare alcun commento chiusa nel suo dolore per la lontananza del figlio, di cui non aveva notizie da molti mesi, e si struggeva in mille congetture, logorandosi I'anima e il corpo in una snervante attesa.

Era già notte alta. Dall'orto di Pietro Tancredi saliva acuto un odore di vita campestre.
Egli, dopo aver fatto una visita di ispezione, si coricò e facendosi il segno della Croce, disse: " Che Dio mi perdoni il male che farò se qualcuno oserà toccare la mia roba"
La moglie, supina nel candido letto, pareva una statua di marmo. Nelle mani intrecciava la corona dal Santo Rosario, i cui grani rossi, sulle bianche mani, parevano gocce di sangue. "Tu non farai male a nessuno, Pietro mio; Dio proteggerà noi e tutti: dormi tranquillo.
Dopo alcune ore di sonno il cane abbaiò.
Prima lentamente e ad intervalli, poi più frequente fino a che l'abbaiare divenne un lamento, una supplica al padrone di intervenire. Pietro scese dal letto come un bolide, prese il fucile e si affacciò al balcone.
Lo colpì l'ombra di un uomo con una lampadina che accendeva e spegneva. Questi cercava di sforzare la porta della cantina.
Ah! il furfante voleva mettere le mani alle botti. Forse fuori attendevano i complici con gli otri da riempire. E poi dalla cantina si saliva su .... nella cucina, nelle camere. Dio, Dio! Il ladro questa volta intendeva penetrare proprio nella casa.
- Ah corpo di mille bombe! Chi va la?
Nessuno rispose. Il colpo partì netto facendo eco nella notte silenziosa; subito dopo il balcone si chiuse violentemente. . .

tragedia nella notte

Al mattino seguente di buon'ora, un gruppo di amici bussò alla porta di Pietro. "Dacci da bere un buon caffè e dell'anice. Stura le famose bottiglie di liquore che avevi serbate per il ritorno di tuo figlio. Ora egli è qui e dobbiamo noi per i primi festeggiarlo.
"Mio figlio? e dov'è mio figlio?
"
"Come dov'è? - dissero in coro i presenti - Questa notte tornavamo da fare i conti per organizzare la festa quando lo abbiamo incontrato. Come era felice! Suvvia, chiamalo Pietro, non facciamo scherzi. Egli si trattenne pochissimo con noi, fremeva di abbracciarti, ma intendeva farvi una sorpresa salendo per la porta della cantina, perché conosceva il segreto per aprirla". "Sta attento, Carletto, che tuo padre non ti scambi per un ladro e ti amazzi come un cane. Vai per la via dritta: entra per quel portone rimasto chiuso durante la tua assenza.
Egli non ci ha dato ascolto e ridendo ha risposto:
"Mio padre non ha il coraggio di ammazzare neanche un tordo
".
Pietro divenne prima giallo, poi livido. Dette un urlo e corse giù. Allarmati lo seguirono tutti.
A terra, in una pozza di sangue, giaceva il corpo del suo unico figliuolo che egli stesso aveva ammazzato.
La madre, intuendo prima ancora del marito, era là quasi riversa sul corpo di suo figlio. Ella non avrebbe mai più parlato per il resto della sua vita. Lo spasimo del suo cuore era stato suggellato per sempre sulla sua bocca.
Pietro non disse nulla. Con gli occhi sbarrati fuori dalle orbite guardò il cadavere e poi la moglie, poi ancora l'uno e l'altra ripetutamente.
"E tu che fai muta per terra? Alzati, sbrigati. Non sai svegliare neanche tuo figlio, hai perduto la favella proprio ora? Mi senti? Vai subito a preparare il banchetto e che questo sia come mai se ne son fatti qui in paese, capisci?".
Poi, afferrando le braccia inerti del figlio, lo scosse violentemente : "Via, su, non fare il dormiglione, non vedi quanta gente? Essa è qui per bere e c'è una intera botte da consumare. Avanti, siete mummie tutti? Che fate voi così impalati? La fisarmonica la prendete sì o no? Si balla: oggi in casa mia ci sarà gran festa".
Poi dette in uno scoppio di risa fragorose; afferrò le mani degli amici e incominciò a danzare una danza diabolica come uno zingaro ubriaco...
Era impazzito.

Croce dei Missionari

Scritto da Emilia Vernaglia. Postato in Emilia Vernaglia

croce dei missionari

di Emilia Vernaglia

Sei stanca, Rita?
- No, cara; questo inerpicarsi attraverso i sentieri erbosi è stato divertente per me. Penso che stiamo per arrivare al tuo nido di corvi, o alla tana di lupi, come hai sempre chiamato il tuo paesetto di montagna.
- Si: stiamo per arrivare. Se vuoi riposarti un attimo ci fermeremo sugli scalini della Croce dei Missionari: eccola lì.
- I Missionari? e tu dicevi che nessuno veniva mai quassù!
- Olga Ferrucci rise, di un riso fresco come lo scroscio di un getto d'acqua - e tu davvero hai creduto a tutto quello che ti dicevo in collegio, sul mio paese? Ho un pò esagerato, per fartelo sembrare meno brutto. E poi, mia cara, i Missionari lo sai bene che vanno nei luoghi più pericolosi, tra la gente più primitiva, per portare la luce benefica della fede e della cristianità. Se essi sono andati tra i cannibali, perché non sarebbero venuti qui?
Arrivate davanti alla Croce sostarono. Rita guardò commossa quell'enorme legno che apriva le sue grandi braccia nello spazio come per abbracciare tutta l'umanità.
- Ma il paese non si vede ancorai
- No, siamo al bivio. Di qui per tutte le stradette vi si arriva.
- E perché è stata piazzata tanto fuori questa Croce?
- E lunga la storia, mia cara; preferisco che te la racconti la nonna.

E la nonna raccontò: - Tanti e tanti anni or sono, quando io ero poco più di una bimba, accaddero fatti così straordinari che in quell'epoca furono creduti opera di Satana.
Da un paese lontano, ogni sabato arrivava un povero mendicante. Era un ragazzo, un adolescente. Lo ricordo tanto bene, come se lo rivedessi ora. Si chiamava Giorgio. Aveva due grandi occhi tristi, un pò infossati nelle orbite a causa della fame e degli stenti. Era tutto lacero e portava una grande bisaccia a tracolla, che doveva riempire di tozzi di pane ed altra roba bussando di porta in porta.
Durante i mesi estivi, egli, nello stesso giorno, faceva ritorno al suo paese.
Sopraggiunse l'inverno. Le giornate corte, la pioggia, il vento, spaventarono il piccolo mendico e l'obbligarono a chiedere ospitalità fosse anche in una stalla. Egli non chiedeva altro che un posticino per riposarsi: aveva paura della notte e del freddo. Era ancora tanto giovane e tanto mal vestito ....
La prima volta fu accolto in questa casa. Mia madre era una donna di carattere mite e non osava alterare gli ordini della suocera, che era un tipo piuttosto autoritario e un pò duro di cuore.
La mia povera mamma con voce dolce e tremula chiese di preparare un tettuccio al povero Giorgio, ma la nonna severamente rispose: - Dormirà sulla panca di legno, accanto al fuoco, così starà più caldo di noi.
In quel momento nei miei occhi balenò un lampo d'odio per quella donna senza carità. Fu un attimo: quell'odio si spense nella luce dolce dello sguardo materno in cui brillava la più grande rassegnazione.
Venne la notte e la casa fu avvolta in un manto di silenzio.
Dopo alcune ore il cane cominciò ad abbaiare forte. Il nonno si alzò e fece un giro di ispezione per tutta la casa. Ma il cane afferrò un lembo di giacca e si fece seguire. Davanti alla porta dello studio si fermò.
Mio nonno ascoltò. C'era un baccano indiavolato, come se tutti i libri fossero stati scaraventati per aria; uno sbattere di porte e di finestre, un vento come di bufera.
Il cane abbaiava, abbaiava ....
Mio nonno si fece coraggio; aprì l'uscio, ma tutto era al suo posto.
Si sprofondò nella sua poltrona accanto al fuoco e accese la pipa.
Il piccolo mendicante era disteso sulla panca, come morto...
- Povero diavolo, è così stanco che ha preso un sonno simile alla morte.
Quegli strani rumori si ripetettero tutta la notte ad intervalli.
- Si può sapere perché non torni a letto? Tuonò la voce della nonna. E quando il povero nonno le spiegò l'accaduto, ella lo prese per un allucinato e gli fece intravedere la via del manicomio...
Più tardi Giorgio si svegliò; ogni rumore cessò ... e la nonna si sentì più in ragione di prima.
Passarono alcune settimane. In paese qualche famiglia si lagnava di strane cose accadute in casa nelle notti in cui il mendicante veniva accolto. Una donna affermò che delle mani invisibili le avevano capovolta la culla con il piccolo dormiente. Un'altra, sgomenta, disse che nella notte una voce grossa l'aveva minacciata di vendetta perché la casa non era sua: - Tuo nonno mi fece scomparire dalla terra per prendersi la mia roba! -
E tante e tante storie, alcune vere, altre esagerate, altre addirittura create dalla fantasia accesa del popolo ignorante. Il povero Giorgio ogni sabato trovava sempre le porte chiuse per lui: - Va via, Satana, non c'è posto per te. - La gente si faceva il segno della Croce.
Una sera pioveva a dirotto ed egli venne inzuppato sino alle ossa a chiedere di passare la notte da noi. Mia nonna gli permise di dormire nella stalla, lo protestai, piansi, ma mi sentii mollare un ceffone da mio padre: - Gli ordini della nonna non si discutono.
Avevamo una domestica molto di cuore. Ella mi promise di interessarsi del disgraziato asciugandogli i vestiti e dandogli qualche cosa di caldo da mangiare. Fu per questa promessa fattami sulle dita in croce per giuramento, che riuscii a prendere sonno. Ma la domestica dimenticò la chiave della serratura e la stalla rimase aperta. II mendicante, addormentatosi nel caldo della coperta di lana, non si accorse che un ladro rubò una giumenta. Al mattino seguente di bocca in bocca si divulgò la notizia. Naturalmente la colpa fu data al povero mendicante, che se la diede a gambe per non subire l'ira di tutti.
Per qualche mese non fu più visto, lo credevo fosse morto di stenti, e nel mio intimo provavo una grande pena. Nel paese tornò la calma. Fu stabilito che Giorgio non avrebbe dovuto mai più mettere piede nella contrada.
Ma egli tornò.
Era più magro e più alto: aveva tanta tosse e, solo per lo sforzo di tossire, le sue scarne guance si tingevano di rosa.
Fece il giro del paese sentendosi dire di tutto.
Nessuno ebbe pietà di lui.
Le donne comparivano davanti alla porta di casa, scarmigliate, colle mani sui fianchi, gridando : - Non sei ancora all'inferno?
Via di qui Satana. Noi vogliamo vivere e tu ci disturbi, capisci che non devi più tornare?

Giorgio scacciato


In piazza si raccolsero gli elementi più malfamati del paese e lo cacciarono via a sassate, a sputi, a legnate, cogli insulti e i vituperi più orribili, così come fecero a Gesù Cristo i Farisei.
Il povero mendicante non ebbe tempo di rifugiarsi da noi, Anche mia nonna si sarebbe commossa al vederlo così ridotto e lo avrebbe protetto, perché, a dire il vero, la scomparsa della giumenta dai miei non fu creduta opera di Satana. Non erano degli stupidi i miei antenati, anzi ce ne sono di quelli che ci fanno veramente onore.
Ripeto, il povero Giorgio fu scacciato. Nessuno ebbe pietà di lui, del suo pianto disperato; nessuno volle ascoltarlo quando tentò di difendersi, dicendo che egli non aveva a che fare con il diavolo, ma con Dio.
Era una giornataccia di vento che parea volesse portarsi via fin le rocce del paese.
Non fu possibile al povero mendicante far la via del ritorno. Ebbe paura delle sue ferite sanguinanti, paura delle forze che si sentiva mancare, paura del vento che lo spinse violentemente nel punto ove è la Croce.
Una quercia secolare era lì, a sfidare il tempo e le bufere.
Quel giorno anche la quercia non resistette e fu schiantata.
Sotto il suo tronco fu trovato il cadavere del povero Giorgio.

Il cadavere di Giorgio


Egli si era abbracciato a quel legno per resistere al vento, e anche l'albero l'aveva percosso.
Quel misero corpo sfracellato fu portato diritto al cimitero. La congrega di carità gli fece costruire una bara. Non gli fu concesso d'entrare in Chiesa, perché il paese si ribellò.:
- Portare nella Casa del Signore chi possedeva Satana in corpo? Questo mai: a costo di venire alle mani anche col Parroco.
Ma il Parroco non protestò
Una figura debole e di tanto scarsa levatura; che ancor rido quando penso che da fanciulla lo mettevo in burla ripetendone la prediche!
La nostra domestica se ne fece uno scrupolo di coscienza e andò da lui per dirgli: - Reverendo, questa povera creatura non può andare sottoterra come un cane. Sono una ignorante e non so a che cosa attribuire i fatti successi, per la sua presenza, nelle case. So dirvi soltanto che il povero morto è un figlio di Dio anche egli Glie l'ho visto io il Crocifisso al collo: ve lo giuro.
Non fu ascoltata.
Passarono degli anni e la storia non si era spenta. I contadini dicevano che al bivio c'era lo spirito del povero Giorgio. Egli compariva per intimorire tutti. Chi diceva che s'era impuntato il mulo per l'ombra paratasi davanti. Qualche pastore giurava che a quel punto le pecore si sbandavano e ce ne voleva per raccogliere il branco e portarlo all'ovile. Ci fu un vecchio che asserì di aver visto con i propri occhi la nostra giumenta cavalcata da un gigante
Tutti si affrettavano a rincasare presto, affinchè la notte non fosse sopraggiunta prima di attraversare il bivio.

Vennero i Missionari. E seppero calmare il paese con le loro prediche persuasive e con i consigli dati in confessionale. Essi pensarono di piantare la Croce di Cristo proprio al bivio nel famoso posto maledetto: - Ove c'è Gesù non potrà esserci il diavolo -
Da quel giorno la pace tornò e il ricordo del povero disgraziato mendicante, si spense sotto la cenere dell'oblio.

All'ombra della Croce di Cristo riposa in pace il torturato martire di una forza allora sconosciuta.
Il piccolodemone non era altro che una creatura umana dotata di virtù medianica (se virtù si vuoi chiamare oggi) che non seppe mai il male che involontariamente fece agli altri e a se stesso, e il cui ricordo trova soltanto pace nella luce della grande Croce dei Missionari.

Luci ed ombre

Scritto da Emilia Vernaglia. Postato in Emilia Vernaglia

Luci ed ombre

di Emilia Vernaglia

Alcuni colpi di fucile, lanciati in aria nelle prime ore del mattino, annunziarono in paese che era giorno di festa. In casa di Biagio Pizzolante s'era in piedi prima ancora dell'alba. C'era lo sposalizio della prima figliola e bisognava preparare il pranzo, al quale
dovevano intervenire anche persone di un certo riguardo.
In cucina fervevano i preparativi. Su di un tavolo coperto da un canovaccio, alcuni agnelli venivano ripieni con particolare cura dall'ottima massaia Filomena, madre della sposa. C'erano poi due zie anziane, rigide come due pali, che pareva facessero fatica ad attizzare il fuoco sotto un tegame enorme di terracotta, nel quale rosolavano due cosce di castrato in abbondante battuto di lardo. Si preparava il ragù per condire i rituali "maccheroni di zita", che Biagio aveva con cura spezzati in eguale lunghezza e messi in un bianco cesto di vimini.
- L'arrosto è preparato. Alle dieci si accenderà il forno e saranno tutti capaci a ficcarceli dentro, questi agnelli colle loro patatine. Tu Biagio prepara il prosciutto e mettilo in quei due piatti grandi. Sta attento a non romperli perché non sono i nostri.
lo salgo su a pensare per la tavola - disse la Filomena dandosi una strofinata alle mani col grosso grembiale da cucina - e, dopo averlo slegato alla cintola, lo buttò su una seggiola sulla quale altri stracci portavano le impronte dei grassi e del sangue dei poveri agnelli.
Biagio prese il prosciutto e dopo aver affilati i coltelli, lama contro cestola, si accinse a tagliare la prima fetta;
-Che fuoco di S. Antonio! - disse con gli occhi sfavillanti di gioia, guardando la grossa fetta bianca e rossa di salume. Poi, togliendo pazientemente la parte esterna secca e affumicata, fece l'affettato.
Sopra si pensava a sgombrare due camere da letto che avrebbero dovuto servire per il ricevimento e per il pranzo. Era rimasta intatta la stanza nuziale di Filomena, la quale, per l'occasione, aveva tirato fuori dalla cassa il suo lenzuolo ricamato, odorante di spigonardo e la coperta di seta giallo oro. Sul lenzuolo era scritto, in un intreccio di rami e di fiori a ricamo imbottito: Sogni Felici. Il lenzuolo era orlato da un largo merletto ad uncinetto tutto in giro che, quasi a dispetto della coperta di seta, si mostrava interamente. In quella stanza tutto aveva l'impronta dell'ordine e della pulizia.
Filomena chiuse a chiave la camera, perché dentro vi era ogni cosa: il cesto colmo di dolci, le bottiglie di rosolio, i confetti. Non si aveva proprio dove mettere più tanta grazia di Dio!
Biagio dalla cucina, per una scaletta stretta e contorta, salì nelle camere per aiutare la moglie.
Unirono diverse tavole formandone una a ferro di cavallo. La donna stese su di essa alcune tovaglie, mettendo la nuova al centro dov'erano stati destinati i posti d'onore.
Furono messi piatti di diverse tinte; alcuni con fiori, altri con uccelli e altri bianchi. Quelli bianchi e lucidi con l'orlo dorato erano nella parte centrale. Quelli sì che erano piatti fini! Gentilmente li aveva dati in prestito Donna Antonietta Vernaglia, moglie del Sindaco, la quale, per la buona riuscita della festa, aveva messo a disposizione molta roba.
Dopo il banchetto si sarebbero celebrate le nozze, la sposa avrebbe voluto che la cerimonia si fosse svolta in mattinala per assistere alla S.Messa e farsi la comunione assieme allo sposo ma si era convenuto di far diversamente per evitare un numero maggiore di commensali.
Arrivarono gli invitati e si misero a sedere secondo i posti stabiliti. Il pranzo si svolse in allegria e tutto fu abbondante, tanto che un agnello rimase intero nella tortiera e molti pezzi di castrato avanzarono negli enormi e rustici piatti da portata, usati ogni anno
per saccar la conserva.
Tra un piatto e l'altro, le bottiglie di vino si vuotavano da non dare quasi il tempo alla persona addetta di riempirle. Alla fine del pranzo ci fu la torta nuziale guarnita di fiori d'arancio e confetti. Tutti sgranarono tanto d'occhi. Che lusso! In paese era la prima volta che, tra gente rustica, un pranzo finiva col dolce.
Biagio, con voce grossa e commossa, disse: - E' fatto dalla sposa questo dolce. Che ne dite, è brava la mia figliola sì o no?
Un applauso frenetico fu la risposta. Poi - sottovoce - cominciarono i commenti: - Sì; l'ha fatta lei, ma sotto la guida della signorina Vernaglia. Ogni volta che è tornata dagli studi per le feste, le ha insegnato di tutto. Sono vicini di casa e poi i Pizzolante sono stati quasi sempre a lavorare nei loro terreni e fra di loro c'è stima e rispetto.
Alla fine del pranzo si fece qualche brindisi, così alla buona, ricco soltanto di sana e rustica giovialità.
La sposa rientrò, in camera per vestirsi: le altre donne attesero.
Alle tre era già pronta.
Arrivò lo sposo in abito nero, con un fiore d'arancio all'occhiello. S'era messo anche i guanti bianchi, niente di meno! Questa volta si usciva fuori dell ordinario: quando ci sono i soldi tutto è permesso! E Carluccio, il figlio di Michele di mastro Carlo, era uno di quelli che ne aveva di soldi e poteva permettersi il lusso di far cose nuove in paese.
Tutte le coppie si affollarono nelle due stanze, che avevano ancora odor di arrosto, di vino e di fumo. All'apparire degli sposi vi fu un silenzio di ammirazione. L'abito bianco era luminoso. In paese si sapeva già che era stato cucito fuori assieme a due altri vestiti: uno per "l'uscita" e uno grigio per il viaggio.
Filomena lo aveva predicato ai quattro venti che la sua figliola sarebbe andata a conoscere la città. È indescrivibile la coreografia di quel quadro. La sposa era a braccio del fratello, la cui moglie altera dava il braccio allo sposo.
Le coppie seguivano, verie nei loro costumi. Tutte avevano addosso l'abito nuziale, ed era in colore, perché l'unico abito destinato a tutte le feste di nozze. Nessuno dei sette colori mancava e in tutte le gradazioni. In complesso si aveva l'impressione di guardare
un meraviglioso arcobaleno.
Erano sete grosse e lucide, che avevano sfidato il tempo e le tarme nelle casse, mantenendosi intatte. I merletti, un pò ingialliti, non erano meno belli delle trine dorate che, a doppi giri e a varii disegni, ornavano i corpetti degli antichi abiti da sposa.
Lungo la via, fra una pioggia di petali di rose, di fiori di ginestra, confetti, soldi e grano che la gente gettava dalle finestre, gli sposi ogni tanto erano costretti a fermarsi, per l'ingombro creato dai ragazzi che facevano a gara per raccogliere.
Per liberare la via un uomo del seguito traeva allora dalla grossa tasca dell'abito una manata di confetti e la buttava lontana, in direzione opposta. E quell'orda oscura di creaturine avide immediatamente si riversava altrove con pugni, spintoni e minacce.
Dopo la cerimonia civile e religiosa, il corteo nuziale si avviò a casa dello sposo, ove era preparato il festino. Furono distribuiti dolci e liquori a profusione, ma quella gente era insaziabile.
Sui vassoi le mani ingorde si posavano afferrando a più non posso dolci e confetti e riempiendosene i fazzoletti e le tasche: ognuno aveva un gentile pensiero per i proprii familiari. Poi si fece largo al centro e si aprì il ballo. Si ritoccò l'accordo della chitarra e del mandolino. Si prese anche l'organetto nuovo che veniva dalla città, dove lo chiamavano fisarmonica.
I primi ad aprire il ballo furono gli sposi con una polka: poche coppie li imitarono.
Quando l'organetto suonò la tarantella lo spettacolo divenne interessante e tipico. Vi parteciparono vecchi e giovani e l'armonia crebbe, nutrita da liquori e vini.
Più tardi venne la signorina Vernaglia con suo fratello. Tutti ossequiosi le fecero largo e lei sedette accanto alla sposa: - Sono felice, signorina, che siate venuta - disse la sposa.
- Te l'avevo promesso, cara.-
Le furono portati i dolci a parte, in un piccolo vassoio colmo. Biagio insinuò: - La si faccia ballare. La signorina sì che la sa fare la tarantella!. Glie l'ha insegnata mia moglie all'uso antico.-
-Vogliamo che la signorina balli! - Fu unanime richiesta.
- Si ballerò, la tarantella, ma con voi, Biagio, e col tamburello e le nacchere di vostra moglie.
Si mandò a casa di Filomena a prenderle:
- Su, vola - disse Biagio, battendo sulla spalla del ragazzo - se torni presto avrai una manata di confetti.
Dopo pochi minuti il ragazzo faceva ritorno, senza fiato, sollecitando l'ambito compenso.
E la signorina Vernaglia danzò, danzò inebriata da quel suono di organetto, da quella folla rustica alla quale non era abituata. Ricordava quando contava quindici anni ed aveva un abitino di lana rossa, pieghettato, col corpetto aderente guarnito di seta lucida della stessa tinta.
Biagio ballava fin troppo bene per la sua età. Egli aveva detto: - Signorina, se mi avete onorato scegliendomi per cavaliere bisogna che lo meriti. E nell'espressione dei suoi occhi si capiva quanto era felice.
Il tamburello tintinnava fragoroso ad ogni colpo delle agili dita dalla signorina e i piedi pareva non toccassero terra.
Metteva a dura prova le forze del povero Biagio, costringendolo a seguirla nei vortici della danza. E rideva ... rideva quando, mentre egli credeva di eseguire una figura più semplice e riposante, essa ne faceva un'altra più complessa e più faticosa.
- Signorina, voi volate come una colomba - e le cedette le nacchere che fino allora aveva usate.

Trentinara nell'800

Il paese è avvolto nella semi oscurità. Poche lampade agli angoli delle vie strette e piene di ciottoli, mandano la loro debole luce nei vicoli.
Di lontano giunge confusa l'armonia della festa. La sola chitarra fa distinguere le sue note chiare ed armoniose, palpitanti con l'aria della tepida e profumata sera primaverile.
Cecco Quaglia se ne sta tranquillamente a fumare la sua pipa davanti alla porta, seduto su un masso di pietra lavigato come marmo dall'uso e dall'azione degli elementi. Fuma e guarda un lembo di cielo stellato che compare, come un manto regale, tra i tetti oscuri e gli alberi ombrosi. Guarda il cielo ed è assorto come se volesse contare le stelle ad una ad una. Ma forse guarda le stelle e non le vede . ..
Un giovane passa, le sue scarpe pesanti urtano contro i sassi. Il giovanotto cammina a testa bassa come un condannato. Egli non da neanche la buona sera al vecchio, il quale, al rumor dei suoi passi, si gira.
-Tonio, dov'è che vai tu per quella via?
-Al festino, compa' Ce'. Perché non ci posso andare io? Vado a portare il regalo alla sposa. E che regalo, vedrete!
- Tonio, fermati un po' e dammi retta. Tu che vai a fare a quella festa? Per farti il sangue acido? Tutti lo sanno che la sposa s'era promessa a te e che per tanti anni vi siete amati.
- E che importa? C'è stato di meglio e a me mi ha messo da parte come si fa con un vestito vecchio che non serve più.
Il vecchio prese per il braccio il povero Tonio e l'obbligò ad entrare in casa sua.
- Siedi e facciamolo qui un bicchiere, discorrendo tranquillamente.
- Lasciatemi andare, vi prego, compa' Ce'. Ho altra sete io; sete di vendetta - e, con le mani tremanti, accarezzò il manico di un coltello di S.Barbara. Gli occhi mandarono lampi di odio e pareva che da tutto il suo essere si sprigionasse una forza malefica che gli imponeva d'andare. Il vecchio capì e ne ebbe paura. Con un'abilità da giocoliere tolse il coltello dalla cintola di Tonio e porgendolo alla moglie le gridò:
- Portalo su, conservalo. Mi servirà per ammazzare un castrato domani. Giusto in tempo utile: i miei coltelli sono dall'arrotino.
Tonio si slanciò per seguire la vecchia Annamaria, ma questa era già sparita come una figura di fiaba.
Il giovane diede un pugno formidabile sul tavolo e i bicchieri, colmi di vino, tintinnarono versando un po' del loro liquido:
- Figlio mio. vuota questo bicchiere, vedrai che ti farà bene. E' vino vecchio, sai, ed è l'unico rimedio che guarisce tutti i mali, anche il mal d'amore.
- Voi scherzate, compa' Ce', perché non sapete quel che ho qui dentro io - e si dette un pugno sul petto. - Questo mio cuore, sapete, non mi da pace. lo non so capire come un pugno di carne possa comandare a tal modo. S'è preso tutto di me: volontà, nervi, ragione: tutto. Che sono io? Un suo servo e vivo per ciò che mi detta. Esso mi grida di vendicarmi e vendetta sarà fatta. Sì, la farò e fosse anche con le sole mani - e fece atto di strozzare, alzandosi di scatto e pigliando la via dell'uscita.
Cecco Quaglia non rinunziò a lottare. S'era impegnato di vincere la partita e voleva vincere a qualunque costo. Come un daino corse alla porta e la sbarrò:
- Di qui non uscirai, amico mio, senza che tu mi abbia ascoltato. Devo parlarti prima e poi andrai dove vorrai. Non ti vorrò mica tener prigioniero in casa mia! Siedi e bevi. Vedrai che con questo tu sentirai una vita nuova in te, un nuovo ardore che porterà via tutte le malinconie e scaccerà tutti i cattivi pensieri che ti annebbiano la testa.
Tonio rifiutò energicamente, ma, a tanta cortese insistenza del vecchio, cedè e vuotò il bicchiere, pulendosi la bocca col dorso della mano che si tinse di un leggero velo violaceo.
-Che cosa avete da dirmi?
- Ho da dirti che questa sera tu non andrai in nessun posto. Il festino non è per te. Cosa volevi fare con quel coltello?
-Cosa volevo fare? E me lo domandate? Volevo piantarglielo nel cuore alla "mia bella".II dono di nozze volevo farglielo prima che fosse andata nelle braccia dell'altro. Ah! vederla stesa al suolo
nel suo abito nuziale; farla partire per l'altro mondo prima che l'avvoltoio l'avesse presa con sè.
Digrignò i denti e torse la bocca in modo spaventoso.
-All'altro mondo la sposa? Ma che peccato ha fatto quella da volerla spegnere nel più bel giorno della sua vita?
-Quale peccato? Quello di avermi abbandonato. Lo sapeva si o no che dal giorno che lo seppi non ho avuto più pace? Non dormo, non lavoro, non vivo. Tutti mi guardano come se fossi un pazzo. Ha distrutto la mia vita e quella della mia povera mamma che si strugge in lacrime per me.
- Oh, ben lo vedi che la tua mamma piange. E andando in galera tu l'avresti fatta ridere? Dì un po': cosa avresti fatto dopo il delitto? Alla Giustizia non saresti sfuggito di certo. Questa sera stessa le porte della prigione si sarebbero spalancate per te. Hai mai pensato cosa può fare un uomo là dentro, chiuso per tanti anni?
- Non ho pensato a nulla io, soltanto a lei, alla traditrice, a quella che diceva: - O te o nessuno. Una sera ricordo che fece una scena di gelosia perché la figlia di Pasquale Maricci aveva osato guardarmi un po' più a lungo. Compa' Ce', si è tenuti anche i regali miei. Ah, vi assicuro che se il suo bel marito sapesse un pò, che l'ho baciata prima di lui non so come gli sembrerebbe. Sì, si la baciai e non può negarlo. Fu in una sera d'inverno. Abitualmente era il padre che mi accompagnava alla porta. Quella sera non c'era e venne lei. Aveva una lucerna in mano per illuminare quel pezzetto di orto oscuro. Una folata di vento scosse più volte la fiammella fino a smorzarla. Allora l'afferrai e la strinsi forte a me baciandola sulla bocca.
Prima reclinò un po' il capo in segno di protesta, ma poi cedette e pareva che anche la sua bocca facesse fatica a staccarsi dalla mia.
- Sono storie queste, giovanotto mio. Tutte le bocche sono belle, quando sono giovani, e tutte sanno baciare allo stesso modo, non temere. Ne troverai un'altra che ti bacerà meglio ancora - Cecco, vedendo il giovare un po' più calmo, gli diede un colpo colla mano sulla spalla e continuò: - Ma è possibile che un uomo debba perdere la ragione fino al punto di voler ammazzare?
- E perché no? Voi sapete che significa vedersi togliere la propria donna, perché zia Annamaria è stata vostra e nessuno ve l'ha portata via. Avrei voluto farvelo conoscere questo tormento: avreste ragionato diversamente.
- Dì un po', rispondimi bene: la donna che si ama, si stima. E' vero, sì o no? Ora, se quella ti ha piantato per un altro che ha il solo pregio d'aver quei quattro soldi d'America, non è più degna di stima. E' vero? E quando non c'è stima non ci può essere amore.
- Ma voi non capite, compa' Ce' . In me non è più amore; è odio, è vendetta, è giustizia.
- Giustizia? Figlio mio, quando mai hai inteso che gli uomini fanno giustizia? Essa è nelle mani di Dio. Soltanto Egli, l'Altissimo, sa chi deve punire e chi premiare. Il danaro? ma cosa conta per la vita eterna il danaro? Credi tu che gli sposi compreranno la felicità eterna, da qui a centanni, col danaro ? Tutti dovremo partire un giorno: chi prima e chi poi e per quel viaggio occorre altra moneta: quella della virtù. Dì un po', Tonio mio caro: hai tu dimenticato il fatto di Daniele ?
- Anche voi credete a quelle fandonie?
- Ma che fandonie! Daniele ammazzò per amore e fu ammazzato per vendetta. Il suo spirito è là dove rimase ucciso il corpo.
Ogni notte alla stessa ora appare. E nessuno passa per quella via: nessuno.
- L'avete visto voi questo spirito?
- Ebbene sì, ma cuciti la bocca, altrimenti tutto il paese sarà qui a farmene parlare.
Scoccava la mezzanotte quando passai per quella maledetta strada e tutto ad un tratto un'ombra me la sbarrò. L'ombra s'allungava, s'allungava maledettamente. lo, per sbarazzarmene e fare un atto di coraggio, le stesi un pugno, ma la mano trapassò l'ombra. Le gambe mi tremarono e feci ritorno a casa. Non credere mica che fossi ubriaco o allucinato. Son vecchio e bugie non ne dico. Per tutti i Santi, io l'ombra di Daniele l'ho vista! E fu tale la paura che mi misi a letto e per tre giorni consecutivi mia moglie fece venire Francesca di Tonda a calmarmi coi suoi scongiuri.
Tonio ascoltò muto, dapprima incredulo, poi persuaso. Il vecchio ne approfittò e continuò:
- Vorresti tu diventare l'ombra eterna vagolante nelle notti? Vorresti tu diventare il condannato che, uscito dalla galera, sarebbe temuto e schivato dalla gente? O l'una o I altra sorte ti toccherebbe, se tu andassi là stasera a compiere il tuo delitto: pensaci.
- Che me ne importa? Non sono l'eterna ombra della mia solitudine e del mio dolore? - Che volete che me ne faccia di questa mia vita?
- Bene, se non hai che farne dalla al Diavolo allora. Dio certo l'anima tua non la vorrà, se in vita avrai ammazzato. Don Antonio l'arciprete tè l'insegnò il Catechismo e non credo che avrai dimenticato uno dei dieci comandamenti di Dio, Pensa che di anima ce ne una sola, di coscienza ve ne è una sola; perdere l'una e macchiare l'altra è lo stesso peccato, conduce allo stesso posto: all'inferno. Di' un po': si può andare all'inferno per una donna? Ma è da pazzi, è da stupidi. Prendine un'altra di donna e va in Paradiso due volte. C'è la figlia di Pasquale Maricci, quella di cui era gelosa la tua innamorata di prima: sposala. È tanto bella anche lei e sai che t'ama e per questo suo amore per te rifiuta tanti partiti. È questa la miglior vendetta a parer mio. Questa ha soldi, terre e bestiame. Il padre pur di renderla felice te la darà senza badare alla tua povertà. Hai due braccia forti per lavorare, sei un bel giovane, che aspetti dunque per farti avanti? Un giorno può darsi che la sposa d'oggi verrà a bussare alla vostra porta per cercar lavoro, quando saranno finiti i soldi e sarà tua moglie a offrirle un pezzo di pane
Vuoi miglior vendetta di questa?
Il giovane, dopo aver a lungo riflettuto, s'illuminò di una luce nuova.
- Compa' Ce', avete ragione. Non mi posso compromettere, non ne vale la pena - e tracannò ancora del vino.
- Bevi, bevi ancora figliolo mio, pigliala una bella sbornia stasera: domani non ricorderai più nulla. Andremo assieme a chiedere la mano di Rosetta. E domani sera stessa, a casa sua, ci sarà un banchetto. Con quel coltello andrò io stesso ad ammazzare un castrato e ce lo mangeremo alla salute di una nuova coppia felice.
- Cecco stese il bicchiere colmo e brindò. Poi suggerì al giovane di rincasare. L'accompagnò fin davanti all'uscio di casa. Trovò la madre che pareva fosse dietro alla porta pronta per aprirla perché al primo colpo del battente la porta si spalancò. La donna aveva il Rosario in mano e gli occhi umidi di pianto.
- Sentite, Rosariè, portatelo a dormire: s'è "acciuccato" da me. Domani preparategli l'abito di festa perché andremo a chiedere la mano di Rosetta; voi mi capite. Stasera stessa passerò a dirlo in casa affinchè siano pronti.
Il volto della povera madre sconsolata s'illuminò: ringiovanì. Sembrò quasi che la gioia inaspettata avesse cancellate le rughe che gli anni e il dolore avevano scavate:
- Che Dio vi benedica Compa' Ce' - e le mani di entrambi si strinsero in segno di muta alleanza e di leale amicizia.
La corona del Rosario parve annodasse dolcemente quelle sante mani.

Sotto la neve

Scritto da Emilia Vernaglia. Postato in Emilia Vernaglia

Sotto la neve


di Emilia Vernaglia

Giovanni, metti il paletto dietro la porta e assicurati che la finestra sia ben chiusa. Questa notte prevedo una bufera di neve - disse il povero vecchio, disteso su di un misero pagliericcio, tormentato da una tosse stizzosa e accaldato dalla febbre.
- "Tatarì", voi state male. Perché non avete voluto che scendessi giù al paese per chiamare il medico? -
- Lasciali stare i medici e le loro medicine: è grazia di Dio quando se ne può star lontani. Essi non possono far miracoli; Dio ci ha dato la vita ed è Lui padrone di togliercela quando vuole. L'importante, figlio mio, è di essere a posto con la coscienza, di non aver commesso mai il male; poi, passare da questa all'altra vita è un premio. Quel che mi duole è il dover lasciare tè, debole e bisognoso di aiuto. Purtroppo non potrò vivere in eterno; mettitelo in mente.
Giovanni puntellò la porta col palo di legno e verificò la chiusura della piccola finestra. Alimentò il fuocherello con piccoli ceppi di legno, raccolti nel bosco e si accoccolò sui piedi malati, quasi per nasconderli anche a sé stesso. Di fuori il vento urlava come l'eco di belve vicine.
- Senti Giovanni? E la bufera che s'avanza. La sento intorno a me e dentro di me. Mi batte nel cervello come la febbre ai polsi. La sento venire spietata, crudele, fredda, come una nemica. Fortuna che ci sei tu, creatura mia a porgermi conforto.
- "Tatarì" e che posso farvi io povero storpio? Voi mi avete raccolto bambino, solo e abbandonato e mi avete cresciuto come un figlio. Avrei potuto ricompensarvi lavorando per voi se la sorte mi avesse fatto sano e non fosse stata così avara con me. Penso in che modo potrei alleviare le vostre pene, diminuire il vostro lavoro quando sarete guarito, ma.... quando provo a camminare e i piedi si torcono come serpi, le ginocchia tremano e se non prendo le grucce cado a terra.... allora, credetemi, una rabbia sorda mi prende e vorrei con queste grucce spaccar le ossa al destino, se questo avesse un corpo, dannarmi l'anima, pur di camminare.
- Figlio mio, cosa sono questi discorsi? Non ti ho mai sentito parlare in tal modo e me ne duole. È così che metti in pratica le leggi morali che con tanta cura ho cercato di farti conoscere? Oh no! Il Paradiso è il premio per quelli che soffrono; più la sofferenza è grande, più l'anima si purifica per unirsi a Dio.
- Perdonatemi, perdonatemi. È perché vi vedo soffrire e nulla posso fare. Ecco - II povero Giovanni si copre il volto con le mani e scoppia in pianto.

Il vecchio malato era Antonio "l'eremita". Lo chiamavano così perché amava vivere in una casetta in montagna. Da giovane aveva lavorato sempre la terra; da vecchio faceva quel che poteva per nutrire sé e il piccolo orfano che aveva raccolto.
I contadini avevano spesso bisogno di Antonio per consultarlo ,su tanti problemi difficili per le loro scarse intelligenze. Antonio sapeva bene leggere e capire il "Barbanera". Era saggio, con buona esperienza di tutto. Conosceva gli uomini, i loro desideri e le loro debolezze; aveva un intuito e un buon senso non comuni nel risolvere le difficoltà spicciole delle vita.
Possedeva soprattutto quelle grossolane cognizioni metereologiche che tornavano utili nel lavoro dei campi. Con esse consigliava i contadini e sapeva dar loro anche ragguagli circa l'influenza . della luna nelle semine, nei raccolti, sulla riuscita del vino. Quanti si rivolgevano a lui portavano in cambio alimenti, così che nella casetta nulla mancava. La carità umana giungeva sempre in tempo, prima della fame.
Ma, se non la fame, venne la malattia. E questa volta anche la bufera venne con essa. La notte buia. Raffiche di vento e di neve battevano alla debole porta che pareva facesse gran fatica a resistere. Tremava, infatti, e anche il piccolo chiavistello si lamentava con il vecchio lucchetto arrugginito.
- Giovanni, figlio mio, dammi un cucchiaio di miele. Ho la gola arsa e il petto mi duole.-
Lo storpio non prese le stampelle ma andò carponi a prendere il farmaco desiderato, e lo dette al malato.
Una goccia di miele restò impigliata nella barba candida e brillò come un piccolo topazio.
Più tardi il vecchio peggiorò e la febbre crebbe tanto da fargli perdere la conoscenza; vaneggiava. Giovanni si accostò a lui sempre più. Lo chiamò coi più dolci nomi, ma senza risposta. Allora qualcosa di terribile si agitò in lui, dando forza alle sue membra e coraggio al suo spirito: fu la disperazione.
Pensò:"un medico lo salverebbe; debbo andare a cercarlo".
Il vento era quasi cessato. Accese la lanterna, prese le grucce e aprì l'uscio. Il buio della notte era rischiarato dal bianco della neve. Lui avrebbe rintracciato la via mulattiera che conduceva al paese. Sì, Dio l'avrebbe aiutato.
Chiuse la porta. I suoi piedi storti affondavano nella neve. Le stampelle vacillavano anch'esse, spingendosi avanti con il peso del corpo. Con sforzi sovrumani Giovanni lottò per camminare. Ma a metà strada incespicò e cadde. Si rialzò. Con forza nuova affondò le stampelle nella neve e fece ancora un piccolo tratto.
Poi cadde di nuovo.
La lotta fu terribile e il povero storpio non potè più rialzarsi.
Intanto la neve continuava a cadere su quel povero corpo tremante di freddo, di paura e di dolore.
-Aiuto! aiuto!. Ma il grido si spense nella notte come la tremula fiammella nella lanterna. Più nulla.

Il cadavere nella neve


All'indomani un gruppo di contadini con le bisacce piene si recava a trovare Antonio, salendo a fatica per la via mulattiera. Ad un tratto, un ostacolo sbarrò loro il passo. Smossero la neve col calcio del fucile e, con grande pena al cuore, scoprirono il corpo rattrappito del povero storpio. Capirono tutto. Raccolsero il disgraziato e lo trasportarono su alla casetta. Chiamarono più volte: nessuna risposta. Con due spallate l'uscio si aprì. Sul letto il vecchio dormiva il suo sonno eterno. Nessuno parlò, ma ognuno asciugò una lacrima.
Il cadavere di Giovanni era deforme come i suoi poveri piedi. Fu messo sul letto, raggomitolato come un cucciolo ai piedi del suo padrone. E il padrone se lo portava con sé, lontano lontano, nelle regioni dell'infinito, ove nessuno dei due avrebbe più sofferto.