Letteratura

Le elezioni del 1912

Postato in Emilia Vernaglia

Il mio paese di montagna, tranquillo ed operoso, bolliva come una grande caldaia sotto la quale tutti alimentano il fuoco.
Nelle famiglie non c'era pace.
Gli odii, i rancori, le gelosie, sopite o sepolte addirittura sotto la cenere dell'oblio, si ridestavano. Era l'epoca delle elezioni; bisognava lottare per vincere.
Si formarono due partiti; uno di G' e l'altro di D'. Il primo era il più forte, poiché il candidato era un signore alla buona, democratico, che si prestava volentieri per i suoi elettori; anzi era a loro disposizione quando andava a Roma per qualsiasi acquisto:
- Onoré, andate a Roma? Abbiate pazienza, portatemi un cappello che sia di roba buona e che non costi tanto:
-Va bene, che numero porti?
- Non saprei, ma la testa mia è come la vostra, perciò regolatevi su di voi. -


Al ritorno, le valigie dell'onorevole erano piene di spese fatte per i suoi elettori. Si poteva negare il voto a un sì brav'uomo?
Il capo partito di questo candidato alla Camera era mio zio Paolo, insieme con altri due signori facoltosi del paese.
Il secondo candidato era D', alta figura di gentiluomo, di poche parole, ma cortese e fine. Egli non faceva molte promesse.
-diceva soltanto che se avesse vinto avrebbe aiutato con tutte le forze i suoi elettori. Era già stato a Trentinara e la mia casa lo aveva ospitato. Vi fu una festa popolare a cui intervennero tutti del partito e mangiarono dolci e bevvero a volontà.
Mia madre, in verità, non era affatto entusiasta di quella confusione in casa e di tanto spreco di denaro, ma mio padre volle così ed io, piccola che ero, ne riconobbi le necessità. Pensavo: mio padre si è messo in un partito più debole, qualcosa dovrà pur fare per vincere.
Ora egli è nervoso: passeggia su e giù e non si sa persuadere che due signori del paese, all'ultimo momento, si siano messi a comperar voti di loro tasca. "Nientemeno hanno avuto il coraggio di corrompermi Michele Noce, offrendogli cinquecento lire e quel fesso s'è lasciato comprare. Ma domani se la sentirà. E pensare che quest'anno voleva in fitto la mia terra di Vesali: gli darò un corno, gli darò", lo guardavo mio padre così accorato, con i miei occhi di bambina ignara, ma nel mio cuore incominciava a nascere un sentimento di odio, verso quel Noce che aveva tradito mio padre e mi sarei avventata su di lui come una piccola pantera per percuoterlo.
Abitavo di solito con la nonna paterna, mentre i miei genitori stavano in una bella casa portata in dote da mia madre. Durante il periodo delle elezioni volli però rimanere accanto a papà, sia per essergli di conforto, sia per evitare di dividere il tetto con lo zio Paolo, il che avrebbe certamente provocate incresciose discussioni.
Nonostante, infatti, si amassero da veri fratelli, lo zio e mio padre, quando si trattava di politica, (fortunatamente soltanto ogni lustro), diventavano inspiegabilmente rivali: di una rivalità tanto intensa quanto effimera. E io ne ero sinceramente addolorata, perché volevo un gran bene all'uno e all'altro. Papà, sempre pronto a tante squisite premure, costituiva il mio affetto più grande: ma amavo tanto anche lo zio Paolo, con il quale vivevo di solito, e che, per giunta, poco tempo addietro mi aveva regalata una grande bambola, delle dimensioni di una bimba, e che tutto il paese s'incantava, a guardare quando la portavo a spasso nella carrozzella.
Un giorno pensando alla situazione in cui mi trovavo, piansi tanto, nascosta in un angolo.
Il gran giorno stava per arrivare. Si preparavano i ceppi per i fuochi. Anche davanti casa nostra, sull'altura di una roccia, all'angolo della strada, fu raccolta della legna. Mio padre non voleva far preparativi, ma gli elettori protestarono:
- Perbacco Don Domè, vi date per vinto allora? Siamo in tanti dalla parte vostra e vinceremo; vedrete: il fuoco arderà a dispetto di tutti. -
Eravamo alla vigilia delle elezioni: mio padre fino a tarda ora della notte andò di casa in casa. Ritornò un po' brillo per non aver potuto rifiutare il bicchiere di vino che ogni contadino gli offriva.
Al mattino seguente si andò, a votare: le urne, fedeli depositarie del destino dei due partiti, restavano mute e chiuse con le loro preziose schede.


La notizia è giunta. Ha vinto l'onorevole G'. Le imposte di casa mia vengono chiuse come per lutto. Giù al portone, tre colpi forti scuotono il battente. È mio zio che mi chiama con voce di comando:
- Vieni giù, avrai un'idea della festa. - Combatto un'intima lotta: avrei voglia di vedere e poi ho pena di mio padre. Ma egli, sempre tanto buono, mi ordina di andare:
- Vai pure con tuo zio e divertiti; ormai non siamo più nemici perché la causa e finita. Io me ne andrò a letto a fare una dormita; tu questa notte torna dalla nonna nella tua cameretta. -
Mio zio mi prese per mano e mi accompagnò in piazza. Un gruppo di uomini era accanto ad una botte nella quale si vuotavano damigiane di vino che le famiglie dei vincitori offrivano per la festa.
Si preparavano le fiaccole per la notte. Un gran numero di ragazzi procuravano latte di petrolio vuote, flauti di canne ed altri strumenti improvvisati per far chiasso. Mio zio offrì dei cesti di fette di pane fresco, con prosciutto e acciughe, per lo spuntino. Altri cesti di taralli croccanti e dorati attendevano di essere portati in piazza accanto alla botte.

Quando tutti i vincitori furono raccolti nella gran piazza si sturò la botte e si riempirono i bicchieri che ognuno aveva portato per conto proprio in tasca. Non c'era da far confusione, né da preoccuparsi: vino ce n'era per tutti.
- Evviva G’! e centinaia di braccia sollevavano in alto il bicchiere.
- Evviva, evviva -
- Abbasso D'
- Abbasso! Uno dava il primo grido e la folla rispondeva.
Cala la notte. La botte si è vuotata e tutta la massa ebbra di gloria e di vino si dispone a fare il giro del paese. Si accendono le fiaccole. Si danno colpi sulle latte di petrolio che alcuni portano a tracolla come una grancassa. Davanti a tutti c'è una donna: è la più fedele propagandista del partito.
Ha una quarantina d'anni, veste il costume del paese e suona il tamburo. Con frenesia pazzesca lo solleva, lo scuote e vi batte con agilità le dita magre e ossute. Io resto come incantata e rattristata ad un tempo al tintinnio di quel tamburo.
Si gira per le strade del paese: le finestre degli sconfitti son chiuse; quelle dei vincitori illuminate da lucerne ad olio e ad acetilene.
Arrivati davanti casa nostra, mi fermo. - Zio, voglio andare da papà; starò qui anche questa notte. Alla mia bussata il portone si apre tanto quanto basta per passare e mia madre mi dice:
- Vai da tuo padre e chiedigli che ti faccia addormentare con una bella favola. Egli è infastidito di questa baraonda.
Faccio le scale di corsa. Arrivata su, il cuore mi batte forte. Abbraccio mio padre e scoppio in pianto.
- Oh papà, papà mio caro, non dovevo lasciarvi, ma ditemi: perché vi mettete sempre dalla parte dei deboli?
- Papà sorride appena e risponde:
- Perché i deboli hanno bisogno di aiuto.
- Papà raccontatemi una bella favola. Mi accoccolo nelle sue braccia e lui con quella sua voce calda, la cui eco è ancora viva nel mio cuore:
- C'era una volta un giardino incantato. . .
Al mattino ogni cosa era finita. I contadini tornarono ai campi e il piccolo paese ritrovò la calma.
Davanti casa nostra la legna era scomparsa; se ne erano serviti i vincitori per alimentare il gran fuoco che era stato vivo tutta la notte su una piccola altura come un rogo. Nel giardino di mio zio presso casa, rimaneva un fantoccio piantato fra il verde. Portava tuba e tight e un cartellone:
- Ora che son morto seppellitemi almeno.
Mio padre, alla vista di tanta sfacciata volgarità, disse a mamma:
- Vai da tua sorella e dille che se il marito non toglie subito quel fantoccio dal suo orto, lo butto giù a colpi di fucile e poco m'importa del suo tight e della sua tuba.
Il fantoccio scomparve e non si parlò più di politica.